Natura morta nei dipinti antichi

La natura morta nei dipinti dell'Ottocento


Un particolare genere pittorico si affermava in Europa sul finire del Cinquecento: la natura morta. Fiori, frutta, pesci, cacciagione, oggetti d'uso comune, strumenti musicali, animali, diventavano per la prima volta i protagonisti dell'opera, venivano raffigurati in composizioni armoniose ed equilibrate, che rivelavano una grande attenzione e cura del dettaglio.

Fino ad allora, i soggetti dei dipinti erano scene storiche o figure umane, mai si era pensato ad un soggetto che fosse inanimato. Piante, animali e vivande erano presenti nei quadri ma solo come elementi decorativi, a corredo della vicenda principale; dal Seicento cominciarono ad essere trattati come un soggetto a se stante.

Nasceva così una tipologia di rappresentazione che prendeva spunto dalla vita domestica e ne metteva in luce gli oggetti che la caratterizzavano, elevandoli a simboli della caducità della vita e della fugacità della bellezza.

«La natura morta rende immutabile, nella immobilità della posa, un frammento di tempo e di spazio che appartengono alla quotidianità a differenza del tempo del “sacro” e della “mitologia” che appartengono al “per sempre” (…): questo il cambiamento concettuale che occorre sottolineare, indipendentemente dall'eventuale portato simbolico che gli oggetti presenti possono aver contratto»

(Alberto Veca in Evaristo Baschenis, 1997, tratto dal sito italipes.com)





La nascita del nuovo genere


La figura umana è sempre stata l'ispirazione primaria nell'arte: i soggetti dei dipinti antichi erano solitamente le persone o le loro azioni. Troviamo una grande varietà di scene storiche, episodi mitologici o avvenimenti religiosi; questi erano i quadri di maggior valore perché richiedevano molto impegno. C'erano poi i ritratti, solitamente di persone dal grande prestigio sociale come sovrani, papi o condottieri, che avevano la funzione pratica di diffondere l'immagine al popolo.

Nelle opere più raffinate ed elaborate si trovavano elementi floreali, oggetti quotidiani e vedute paesaggistiche, ma erano componenti di sfondo e mai di rilievo. Esisteva tuttavia una produzione di opere “minori” che si concentrava sui piccoli oggetti e sui dettagli del vivere quotidiano, generalmente erano realizzati come studi o come complementi decorativi per abbellire le ricche dimore.

Nel Seicento avvenne una differenziazione dei generi pittorici e i dipinti cominciarono ad essere classificati in base al soggetto che raffiguravano. Per la prima volta veniva data una definizione anche ai quadri dai soggetti “secondari”: paesaggi e marine, composizioni di oggetti, scene di vita quotidiana. Gli elementi che fino ad allora erano sfondi o piacevoli dettagli, acquistavano rilievo e diventavano soggetti a se stanti.



Più piccoli e meno impegnativi, questi dipinti erano ritenuti di valore inferiore rispetto alle raffigurazioni storiche che richiedevano invece un grande impegno all'artista. Tra i ricchi committenti si diffuse tuttavia l'attenzione per i generi pittorici non canonici ma capaci di dare luce agli aspetti più comuni della vita domestica e alla dimensione individuale dell'uomo.

Frutta, fiori, tessuti, ceramiche, piccoli animali, libri, candele, spartiti musicali sono i soggetti centrali delle opere che vengono definite “nature morte”; il genere acquistava presto una propria autonomia e si diffondeva in tutta Europa, suscitando l'attenzione di pittori e committenti che lo renderanno un genere tra i più apprezzati e aperti a sperimentazioni artistiche d'avanguardia.

La natura morta era un genere fiorente soprattutto nei paesi nord europei, Olanda, Fiandre, Francia e Germania; mentre in Italia e Spagna restava predominante la produzione di opere a tema religioso. Pittori come Caravaggio, Rembrandt, e succesivamente Cézanne, Goya, Van Gogh si cimentarono nel genere con risultati sorprendenti: composizioni delicate ed equilibrate, sapienti accostamenti cromatici e contrasti marcati, caricando le opere di valenze allegoriche e simboliche.





La simbologia


Vi era una forte simbologia alla base dei dipinti di nature morte, soprattutto in quelli a tema “vanitas”. Densi di significato erano in particolar modi i fiori: la rosa era simbolo di amore e trascendenza; il giglio indicava la purezza sia fisica che morale; il tulipano significava nobiltà e il girasole fede, devozione e amore divino; la violetta era emblema di modestia e umiltà; il papavero significava potere ma anche morte.

Anche gli insetti avevano una loro simbologia: la farfalla rappresentava la trasformazione e la resurrezione; la libellula la trascendenza; la formica il duro lavoro nei campi.

Nel Settecento ebbe ovunque fortuna il sottogenere delle vanitas: caratterizzato da composizioni di oggetti in decadimento - come fiori appassiti e frutti bacati -, o che richiamavano lo scorrere del tempo e l'inesorabile arrivo della morte – quali clessidre, candele consumate, teschi.
Questo tipo di rappresentazione non era un semplice ritratto della realtà, ma piuttosto una riflessione sulla brevità della vita e sull'eterno scorrere del tempo. 





Nature morte a tema floreale


La diffusione della natura morta a tema floreale la si deve all'affermazione del Naturalismo attorno al 1400: l'interesse crescente verso la botanica spingeva gli artisti dell'epoca a cercare una rappresentazione il più possibile veritiera e scientifica di piante e fiori.

Il genere pittorico delle nature morte a tema floreale raffigura mazzi di fiori e ghirlande in composizioni delicate e resi con interessanti effetti cromatici. Spesso la scelta del tipo di fiore e il suo colore hanno un valore simbolico: rappresentano le stagioni dell'anno o valori religiosi; nel complesso l'intera composizione allude alla bellezza del mondo e alla redenzione dell'uomo sulla terra. Le scelte cromatiche non erano casuali ma rappresentative di valori e concetti: nel Seicento ad esempio, i colori giallo, blu e rosso esprimevano l'ideale della purezza assoluta e della sacralità.

In molti dei dipinti floreali è presente qualche elemento in decadenza: una foglia secca, un fiore appassito in mezzo agli altri freschi, un insetto. Questi dettagli non erano casuali, ma volevano ricordare all'osservatore quanto la bellezza fosse fugace e come tutto volgesse ad una fine.





Il cibo


Nel Settecento e nell'Ottocento si ebbe una grande varietà di dipinti con frutta, ortaggi, carni, pesci, pane, legumi come soggetto. La moltitudine delle rappresentazioni testimoniava la ricchezza e la complessità della tradizione culinaria del paese da cui venivano, e questo vale in particolar modo per l'Italia. Non solo le vivande, ma anche il contenitore in cui venivano ritratte è significativo: si trovano vasi d'argento, d'oro, di cristallo, contenitori di pietra, di rame, di porcellana; ognuno indicava la scelta del committente di mettere a disposizione del pittore gli oggetti che desiderava immortalare.

Gli alimenti raffigurati variavano in base al territorio in cui veniva realizzato il dipinto, e indicavano i cibi tipici del luogo, o di cui poteva disporre l'artista. Osservando l'assortimento delle vivande possiamo tracciare una mappa dei mercati dell'epoca e delle specialità regionali: nei dipinti napoletani ad esempio, troviamo cedri, limoni, arance, carciofi, asparagi, cavolfiori, fave; in quelli genovesi si ha una moltitudine di pesci in ogni razza; a Venezia si producevano asparagi bianchi, piselli, carciofi; a Bologna mortadelle, olive e uva passita; nei quadri fiorentini troviamo salami e formaggi marzolini.

L'artista dipingeva gli alimenti che aveva facilmente a disposizione, e guardandoli possiamo capire di quale territorio fosse originario; era infatti molto dispendioso all'epoca procurarsi alimenti non locali o fuori stagione solo per ritrarli, dal momento che e nature morte avevano un prezzo di vendita assai contenuto. 





Gli oggetti d'uso comune


I dipinti con tema oggetti di uso quotidiano, di solito sono composizioni apparentemente disordinate ma estremamente curate nei dettagli. Raffigurano vari oggetti anche molto diversi tra loro, disposti su di un tavolo in modo casuale: possiamo trovare ceste di frutta accanto a spartiti, violini, uccellini, libri, porcellane, boccali, bottiglie di vino... 

Questi quadri mostrano gli oggetti comuni che si trovavano nelle case dei pittori o dei loro committenti; sono rappresentati minuziosamente e talvolta con grande realismo, come le porcellane cinesi nel dipinto qui accanto. 

La disposizione a prima vosta confusa degli oggetti era in realtà studiata e volta a creare un senso di mistero e di fascino, contemporaneamente richiamavano la caducità delle cose materiali.





Le vanitas


Un fenomeno di grande rilievo fu il definirsi del tema della vanitas. Nel medioevo barocco era nata l'usanza di raffigurare oggetti con un valore allegorico e morale: la morte era un tema ricorrente e presente nella vita quotidiana, assieme alla convinzione che l'uomo non sapesse fare un buon uso della bellezza del mondo e del tempo che Dio gli aveva messo a disposizione. L'uomo tendeva a dimenticare quanto breve ed effimera fosse la sua vita, nasceva perciò un sottogenere pittorico che aveva lo scopo di rammentarglielo: le vanitas.

Troviamo rappresentazioni di natura morta in cui compaiono teschi, fiori appassiti, frutti bacati, cose decadenti e impolverate: si tratta di oggetti allegorici, simboli del memento mori: un teschio in primo piano, una clessidra, una candela che di consuma, un fiore secco sono tutti moniti che ricordano all'uomo quanto la bellezza sia effimera e passeggera, e la vita non sia eterna.

Il tema della morte era molto sentito nella vita dell'epoca, perché il rischio di morire per epidemie e guerre era sempre alto. Il genere ebbe una vasta diffusione in Olanda e nei paesi nordeuropei, mentre in misura minore lo si trova in Francia, Spagna e Italia. 




Approfondimenti: 


Storia della natura morta - Manuale di Michelangelo Mammoliti

Natura morta - Enciclopedia dell'arte antica

Cibo e arte: la natura morta - Zanichelli

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